FIRENZE E L’APPENNINO: COME COMBATTERE IL DESERTO?

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I residenti nel centro storico di Firenze sono appena 19 mila, solo qualche migliaio in più rispetto a quelli che abitano sull’intera montagna pistoiese. A fronte di oltre 10 milioni di presenze turistiche in strutture ufficiali, a risiedere in centro sono soltanto, all’incirca, quelli che abitano nell’assai meno prestigiosa (si potrà dire?) Agliana, paesone non particolarmente eccitante fra Pistoia e Prato. Per ogni residente nel centro storico di Firenze – scrive questa mattina Gaspare Polizzi sul Corriere Fiorentino in una preoccupata opinione sul cosiddetto “urbanicidio” – si contano circa 500 turisti all’anno. 

Ancora sul dorso toscano del Corriere della Sera viene, oggi, raccontata un’altra puntata della lotta portata avanti dalla gente d’Oltrarno, a Firenze, per salvare una farmacia storica che qualcuno vorrebbe inglobare nel solito (ennesimo) resort di lusso in fase di realizzazione in un edificio di piazza San Felice.

Fra i protestanti, e conoscendolo non mi stupisce, anche il tenace Giovanni Pallanti già vicesindaco della città e responsabile, a suo tempo, di un esproprio riferito ad alcune abitazioni in Campo di Marte per darle ad alcuni sfrattati. Lo avevano già fatto, prima, gli anche loro cattolicissimi Giorgio La Pira e Adone Zoli: oggi passerebbero per “comunisti”, ma loro si limitarono ad applicare un articolo della Costituzione (per la cronaca il 42) che riconosce la proprietà privata ma ne consente, in determinati casi, l’esproprio “per motivi di interesse generale”. Pallanti e gli altri chiedono che il Comune, oggi, provveda a … espropriare quella farmacia.

Con i chiari di luna odierni (tante le proteste, oggi, anche “a sinistra“, contro un governo che tenta qualcosa, peraltro ancora flebile, contro l’evasione fiscale) temo che quella farmacia non sarà mai espropriata: al posto suo, ne sono sicuro, gli arredi storici serviranno per il godimento privato di qualche turista magari ignorante ma zeppo di soldi. Fino a che durerà; fino a che anche il più rozzo fra i turisti non si sarà stancato di una Firenze ormai palesemente falsa e la abbandonerà schifato preferendo altre mete più alla moda. Allora, forse, la città potrà tornare a essere viva, normale, abitata da persone vive e normali.

Su Avvenire il giurista Francesco D’Agostino oggi fa uscire un commento su un profilo collegabile. “La società post-familiare della classe creativa”. Ricorda, D’Agostino, come nell’arco di pochi decenni (“due, al massimo tre”) il 70 per cento della popolazione mondiale vivrà in enormi, sempre più tali, centri urbani e come questa popolazione sempre più numerosa, abbandonate le piccole città, trovando “creatività” solo, nei grandi centri, sia sempre più caratterizzata da un dato di fatto.

In tutte le grandi metropoli, infatti, è crollato il tasso di fertilità. Le metropolii “attraggono i giovani impegnati e benestanti ma, di fatto, sottraggono loro la voglia di far figli” con il risultato che “le città senza figli si disumanizzano e si trasformano in luoghi di compiuta e gelida funzionalità”.

Come “ridare un minimo di calore a questo mondo postmoderno” è l’interrogativo finale posto dal giurista ma anche al centro, a ben vedere, della protesta nella Firenze d’oltrarno che difende l’antica farmacia dalla potenza di chi pensa solo all’oggi o, al massimo, al domani mattina.

Bell’interrogativo. Nell’Italia dove mai ci potranno essere megalopoli enormi, ma dove le 4 o 5 grandi città (per non parlare dei drammi specifici di Firenze e Venezia) fanno da calamita, esiste anche il problema di una desertificazione particolare: quella dell’intera fascia appenninica. Borghi pieni di storia e di cultura, un tempo ricchi di vita quotidiana, si stanno spopolando nell’indifferenza totale. Ogni tanto se ne parla, in genere fra il nostalgico e il retorico, nella migliore delle ipotesi ipotizzando rilanci “turistici”, salvo poi assistere impotenti a ciò che pare fenomeno ineludibile, nella sua apparente “modernità”: l’abbandono.

Questo, per me, è problema centrale. Questo, non altri. Mi parrebbero logiche, razionali, “moderne”, scelte di tutti i tipi (economiche e politiche, culturali e sociali) per contrastare l’abbandono dell’Appennino nella stessa battaglia che dovrebbe contrastare l’abbandono dei centri storici di città e borghi turistici lasciati alla follia di un mercato turistico folle e miope. Evidentemente sbaglio io.

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