CENERI: LO SCANDALO DELLA FEDE

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“Tenere in casa le ceneri di una persona defunta è una sorta di privatizzazione della morte, non è cosa buona: il corpo va onorato in un luogo sacro, anche per fare memoria”. Chiamato dal mio parroco, don Cristiano, il vescovo di Pistoia – sere fa – ci ha intrattenuto, in parrocchia, con una bella conversazione (“La Resurrezione dei morti e la vita che verrà”) attorno al Fondamentale (iniziale rigorosamente maiuscola) della nostra fede: la fiducia, in che crede nel Cristo Gesù ucciso e risorto dopo tre giorni anche nella carne, che anche a noi accadrà. Di risorgere.

Uno scandalo, la nostra fede in Cristo: il vero, assoluto, incredibile scandalo di cui – in verità – assai poco ci rendiamo conto, perfino noi praticanti che ogni domenica, se non di più, durante le Sante Messe proclamiamo, nel Credo, quelle incredibili parole di certezza nella “Resurrezione dei morti” e nella “vita che verrà”. Tutto non finisce con la morte perché “sorella morte” è solo un passaggio, limitato nel tempo, in vista di un avvenimento – appunto – così scandaloso che si comprende bene come i greci, ascoltando San Paolo, smisero di ascoltarlo e cominciarono a beffeggiarlo quando lui cominciò a raccontare la Resurrezione. Del Cristo e nostra.

Bella la conversazione con FaustoTardelli partita dalla vicenda di Lazzaro e dal brano evangelico di Giovanni con lo stretto rapporto tra morte, vita e “amore” per i fratelli. “Chi non ama rimane nella morte”, ricorda l’evangelista e questo, in effetti, è o dovrebbe essere, il nucleo forte per chi osa definirsi “cristiano”.

Una serata che ha avuto il pregio di far riflettere, ruotando su alcune domande certo non banali e assai poco volentieri affrontate in un contesto, il nostro, così superficiale da pretendere di “cancellare” una parola (morte) che fa paura: perché i cristiani seppelliscono i morti, perché pregano per i defunti, perché non spargono le ceneri dei defunti, come ci si prepara alla morte, cosa ci aspetta dopo la morte?

Come tanti, pure io per decenni non ho frequentato i cimiteri. Al di là di funerali e dei 2 novembre, per me il cimitero era luogo sconosciuto se non da evitare. Poi, come normale, la morte ha cominciato a prendersi persone care: iniziando dal babbo e, dopo molti anni, da mamma. Poi tanti altri: amici, parenti, conoscenti secondo una logica del tutto normale. E il cimitero, i cimiteri, hanno cominciato a essere spazi “amici” (non mi mancano neppure escursioni in camposanti dove riposano personaggi pubblici. Una delle tombe che mi hanno più colpito è quella di Pier Paolo Pasolini, all’ingresso del piccolo cimitero friulano: lui sepolto insieme alla madre sotto una pianta di rose rosse. Un’altra? Quella di Aldo Moro, in alto sopra un’ansa del Tevere. Altre? Giulio Verne ad Amiens con la mano in marmo che spunta dalla tomba, Dalidà a Montmartre, Giuseppe Dossetti a Montesole, Giacomo Puccini sul lago … ).

E’ proprio la possibilità di “fare memoria” che, nei cimiteri, non mi disturba né spaventa. Anzi quasi mi attira, in una sorta di Spoon River sulle melodie del grande Fabrizio. Qui incontri nomi, e foto, di persone con cui sei stato amico, hai litigato, hai condiviso esperienze di lavoro, passioni politiche, conoscenze episodiche. Sotto quella lapide c’è proprio lui: quello che ti faceva divertire con le sue battute, che ti ha portato in Tribunale perché avevi messo in dubbio la sua onestà, che ti ha fatto da testimone al matrimonio, che è stato babbo della donna con cui vivi da una vita, che scriveva poesie, che ti ha lasciato una medaglia di bronzo con una frase sull’amicizia, che era il tuo preside quando andavi a scuola, che era seduto al banco nelle Elementari davanti a te, che faceva l’hostess sui voli internazionali … Quello è il nonno che, morendo quando eri bambino, ti sorrise chiedendoti di non dimenticarlo mai … Quello il cugino burlone, quella cominciò la rivoluzione di “Repubblica” nientemeno che con Eugenio Scafari, lui e i suoi compagni partigiani guardano i monti su cui combatterono i nazisti, con quello ci si offese per poi diventare grandi amici, quella era una donna deliziosa, con quello parlavi di fede e massoneria  … E più vai avanti con gli anni, di più persone – inevitabilmente – sei costretto a fare memoria fino a quando toccherà a te, magari sepolto insieme a tua mamma, essere diventato “memoria” per qualcun altro che, nella vita terrena, ti è stato amico o avversario, parente o conoscente.

E’ la morte, anzi la vita. E’ la memoria, il ricordo. E la speranza, con gli occhi scandalosi della fede, che tutto non può finire così, in polvere e in cenere.

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Autore

Mauro Banchini

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