IL CARDINALE CHE HA FATTO PIANGERE IL PAPA

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Un cardinale unico quello che ieri mattina ho avuto modo (direi proprio l’onore) di conoscere. Un vecchio prete albanese. Vecchio sul serio perché sta per compiere 90 anni.

Prete sul serio perché, per continuare a esserlo, ha accettato di passare quasi 30 anni ai lavori forzati sotto quel regime comunista che – potenza delle illusioni !!! – aveva creduto di poter abolire per legge, addirittura in Costituzione, la fede degli uomini e delle donne verso il Creatore.

Albanese sul serio (fra pochi giorni sarà di nuovo nella capitale, a Tirana, per ricevere dal presidente di quella Repubblica la più alta onorificenza del Paese) anche se adesso vive in Italia, a Firenze, ospite di un altro cardinale, Giuseppe Betori, continuando peraltro a girare il mondo per raccontare la sua storia.

Papa Francesco, due anni fa, lo ha creato cardinale. E lui, il coraggioso e forte prete albanese, può davvero dire di essere riuscito, con il racconto della sua storia, a far piangere un commosso papa Francesco.

Con un gesto in effetti eccezionale, Francesco è passato sopra all’età e lo ha insignito della “porpora”: la splendida foto, scattata durante il loro primo incontro, che ritrae il papa e il vecchio prete albanese mentre le loro teste si toccano, ha giustamente fatto il giro del mondo.

L’ho conosciuto, don Ernest Simoni, che almeno io faccio fatica a chiamare “eminenza”, in un distributore di benzina sulla superstrada di Pistoia. Arrivato in auto da Firenze con Vieri, un suo prezioso collaboratore, dovevamo incontrarci lì per salire sulla mia, di auto, e per salire verso i miei, di monti, verso San Marcello: per la precisione verso la scuola media dove un prof di religione, Andrea Lottini, che poi è mio genero, aveva organizzato un incontro con tre classi di studenti delle terze medie.

Ero assai curioso di capire come la storia di questo vecchio prete (che alla sua età ha comprensibili problemi con la vista e con l’udito oltre a esprimersi in un italiano corretto ma assai distante dalla facile comunicativa cui oggi siamo abituati, fatta di battute e di slogan), ero curioso di capire come i ragazzi avrebbero reagito.

La storia di don Ernest, raccontata in un libro dal vaticanista Mimmo Muolo, è di quelle forti. Nel 1963, avendo appena ubbidito a una indicazione di Paolo VI che chiedeva ai sacerdoti una Messa in suffragio del presidente Kennedy assassinato in USA e avendo certo già dimostrato una fede in Cristo di quelle intransigenti, don Ernest fu arrestato e condannato a morte. Di anni, allora, ne aveva 35.

Gli misero in cella spie in carne e ossa, ma anche microspie, per carpirgli offese e accuse nei confronti del dittatore comunista Enver Hoxha. Ma lui aveva già perdonato chi lo stava per uccidere. Da lui non vennero parole d’odio. Quella condanna fu tramutata in lavori forzati e da allora, per i successivi quasi 30 anni fino all’inevitabile crollo di quel regime ottuso e crudele, il prete Ernest restò in carcere. Una vita durissima, la sua: in miniera a spaccare pietre, nelle fogne a umiliarsi.

Restò sempre prete. Continuò a celebrare Messa (commovente il racconto su come faceva a preparare vino e ostie necessarie alla ripetizione del sacrificio di Cristo). La celebrava, a memoria, in latino. Procurando commozione in chi assisteva, compresi prigionieri di fede musulmana.

Facile, tutto questo, da scrivere. Assai meno da vivere. Difficilissimo viverlo per quasi 30 anni. E non stupisce una fra le tante domande fatte dai ragazzi della media (“Ha mai pensato di smettere di lottare facendo così cessare le sue sofferenze?”) così come non può stupire la risposta (“Certo che no. Sapevo di avere, con me, Gesù Cristo”).

Eravamo, con don Ernest, in una scuola media di primo grado. Con alunni (qualcuno anche di origine albanese) poco più che bambini. Ragazzini abituati a comodità ormai scontate, iniziando da potentissimi computer tascabili che danno l’impressione (falsa) di farci conoscere tutto senza sforzo.

Non eravamo in una parrocchia né in un’aula di catechismo, ma in una scuola: dove si dovrebbe imparare il difficile, laicissimo, mestiere di essere cittadini; uomini e donne consapevoli e liberi.

A ogni domanda – e ce ne sono state parecchie – don Ernest rispondeva … rimandando a Cristo. Le curiosità espresse con parole semplici trovavano risposte inevitabili, forse scontate e magari per qualcuno pure deludenti: la preghiera, la fede, la dimensione verticale, la Madonna, Gesù Cristo, Dio creatore.

Con lui, accomunati da dolore e umiliazioni, tanti altri consacrati. Don Ernest è l’ultimo, ancora in vita: l’unico che ancora può portare testimonianza rispetto a ciò che il comunismo faceva a pochi km dai nostri confini; spesso nella nostra indifferenza.

Se per quasi 30 anni don Ernest ha saputo resistere a una violenza e a un’ingiustizia davvero brutali, lo si deve esattamente a questo: a una grande Fede.

Ed è questo ciò che, spero, sia rimasto ai ragazzi di San Marcello: l’importanza di avere una fede, di credere in valori e idealità, di essere pronti a subire ingiustizie per non tradire ciò in cui si crede.

Può, ovviamente, essere una fede con la “effe” maiuscola o con quella minuscola: si può credere guardando verso l’Alto o restando fissi verso un orizzonte solo terreno. Ma l’importante è non farsi schiacciare da chi, oggi come sempre, oggi con metodi diversi rispetto a quelli passati, pretenderebbe di considerarci non uomini o donne ma oggetti, semplici pedine, sudditi obbedienti di un gioco che altri governano.

Conserverò a lungo il ricordo di quel breve cammino automobilistico (poche decine di km in salita, altrettanti in discesa) fatto avendo accanto l’uomo che ha fatto piangere papa Francesco; l’uomo che per non tradire la Fede ha spaccato pietre in miniera per decenni; il prete che per celebrare Messa raccoglieva briciole di pane; il cardinale che rimanda alle persecuzioni dei primi apostoli di quel Cristo che lui, don Ernest, ha sempre sulla bocca ma soprattutto nel cuore.

Spero che ai ragazzi di San Marcello resti in mente la lezione, certo religiosa ma anche a elevato tasso di laica civiltà, di questo vecchio testimone albanese che sotto la porpora da cardinale indossa un vecchio, e sdrucito, maglione di lana.

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